La funzione degli articoli nella lingua parlata

Quando si parla di Bisogni Comunicativi Complessi (quelli delle persone che senza CAA non possono comunicare, per intenderci), l’insegnamento della lettoscrittura e/o di specifiche regole grammaticali andrebbe rapportato sempre e costantemente all’ambiente linguistico in cui quella persona cresce e vive.

Nel post precedente ho parlato delle modifiche arbitrarie che si possono apportare ai simboli degli articoli per metterne in luce gli aspetti morfosintattici ma questo problema dovrebbe essere successivo a quello di aver utilizzato in modo funzionale gli articoli nel parlato.

Nella lingua italiana, gli articoli nascono dalle modifiche del latino parlato della tarda età imperiale, sostanzialmente per indicare se ciò di cui si parlava era conosciuto/citato nel discorso (articoli determinativi) o se lo si introduceva per la prima volta e/o lo si indicava in maniera indefinita come qualità/quantità (articoli indeterminativi).

Prima di occuparsi di insegnare a distinguere il genere di un articolo (obiettivo irraggiungibile e sostanzialmente inutile lì dove la comunicazione è nucleare e magari si fonda su pochi simboli con significato olofrastico), occorrerebbe partire da attività pratiche finalizzate a distinguere la richiesta di un oggetto specifico o di un oggetto qualsiasi appartenente a una certa categoria (giusto per fare un esempio).

Ai fini comunicativi (che sono quelli primari in CAA) è più importante riuscire a specificare la propria richiesta che fare l’analisi grammaticale!

A questo bisogna aggiungere che:

  • la potenziale evoluzione verso l’acquisizione della capacità di riconoscere e distinguere gli articoli secondo numero e genere implica una capacità di riconoscimento fonetico che non tutti possono raggiungere;
  • il genere grammaticale non corrisponde al genere naturale (se un primo livello di distinzione concreta e raggiungibile è quello tra uomini e donne, ben diverso è distinguere per genere grammaticale una matita da un temperino);
  • l’apprendimento grammaticale, quando possibile, deve essere supportato da modelli linguistici coerenti in tutti gli ambienti di vita. Usiamo gli articoli quando parliamo con quella persona? Come li usiamo? L’ambiente familiare usa un italiano formale o le comunicazioni risentono di forme dialettali? In estrema sintesi: in che ambiente linguistico è “immersa” la persona con BCC?

Ho voluto riportare queste osservazioni essenziali come fonte di riflessione sulla funzionalità di ciò che si propone in ambito didattico (che mi pare stia subendo una deriva da “libro di testo” e da “programma” grazie all’illusione che la sola mediazione simbolica basti all’apprendimento).

Non è che se ci rivolgiamo abitualmente a qualcuno con frasi nucleari, magari omettendo gli articoli (“Dammi palla! Palla! Vedi? Palla!), poi lo facciamo sedere a tavolino per inserirgli gli articoli “sulla carta”!

Insegnare a leggere e a scrivere è lo strumento più potente che possiamo dare a una persona con Bisogni Comunicativi Complessi ma è un obiettivo non scontato e non raggiungibile da tutti, anche a causa dell’impreparazione della scuola (e non solo…) in tal senso.

Il punto di partenza non può essere che imparare a comunicare con quella persona, capire come comunica e usare i suoi stessi strumenti per ampliare le sue possibilità comunicative. Noi “parlanti” dobbiamo in primo luogo riconoscere e accettare modalità comunicative “altre” con lo stesso rispetto con cui ci rapportiamo ad altri “parlanti”.

Il modo in cui penso e rispondo naturalmente alle cose sembra e viene percepito come così diverso dei concetti o persino della prospettiva standard che certa gente non lo considera affatto come un pensiero ma è, a tutti gli effetti, un modo di pensare.
Però il pensiero delle persone come me viene soltanto preso sul serio se impariamo la vostra lingua a prescindere del nostro modo precedente di pensare e interagire… (Amanda Baggs)

Maria Grazia Fiore

Articoli maschili e femminili in simboli CAA: quanta confusione!

Sempre più di frequente, mi capita di imbattermi in testi codificati in simboli ARASAAC in cui compare un adattamento degli articoli mutuato a sua volta da un adattamento dei simboli Widgit, definito dal modello di testi in simboli CAA definito IN-Book.

esempio di modifica secondo il modello IN-BOOK

Questo modello ricodifica il testo parola per parola, inclusi i tempi composti (esempio: “ho mangiato” viene ricodificato con due simboli che rappresentano il verbo avere e il verbo mangiare). Ogni elemento della frase corrisponde a un simbolo Widgit che è stato arricchito di una serie di elementi aggiuntivi per indicare il genere, il numero, i tempi verbali. Per la distinzione del genere, agli articoli vengono aggiunti i simboli di Marte e di Venere (questo è il loro nome) in basso a destra.

simboli maschile e femminile

La citazione del modello IN-BOOK è doverosa in quanto anche i simboli Widgit non prevedono questa distinzione nella collezione originale, così come non la prevede ARASAAC. Tale mancanza, nel 2015, mi aveva spinto a cercare una proposta di modifica dei pittogrammi ARASAAC in tal senso, che fosse coerente con lo stile del sistema simbolico e che non andasse ad “appesantire” il simbolo con ulteriori elementi grafici.

Nel “Contributo ISAAC alla Conferenza di consenso su ‘Traduzione in simboli dei libri illustrati per bambini'” [pdf], da cui è scaturito il modello di libri di cui sopra e del cui comitato scientifico ho fatto parte, si legge:

L’estensiva visualizzazione di morfologia e sintassi nella simbologia grafica, prescindendo dalle epoche e dai passaggi di questa dinamica di formazione del linguaggio suscita più d’una perplessità.

Il mio consiglio è dunque quello di chiedervi sempre se una certa modifica ai simboli (a qualunque collezione appartengano) è necessaria e utile al destinatario del testo in simboli e considerare che ogni personalizzazione di questo tipo (che non troverete nei sistemi simbolici originali), richiederà poi l’aggiornamento anche dei software per comunicare e scrivere che usa la persona con BCC.

Trasporre un testo in simboli

Tra le domande che più frequentemente arrivano a questo blog, c’è quella relativa agli strumenti per “tradurre” un testo in simboli.

La risposta al quesito richiede qualche precisazione prima di parlare di strumenti, dato che avere una penna non implica automaticamente il fatto di saperla usare per scrivere (giusto per rimanere nella metafora della letto-scrittura).

In primo luogo, occorre acquisire la consapevolezza che si sta effettuando il trasferimento di un insieme di significati da un codice all’altro (verbale -> iconico), a differenza di quello che succede quando di traduce un testo in una lingua diversa, in cui si rimane nell’alveo del codice verbale. Non può esistere nessun simbolo univocamente associato a una sola parola. Anche i cosiddetti simboli “trasparenti” (quelli cioè che possono essere adeguatamente interpretati da persone che non parlano la stessa lingua) possono essere associati a sinonimi diversi.

Il simbolo di “bere” è un simbolo trasparente perché tutti possono riconoscere l’azione raffigurata ma la sua etichetta verbale può essere rappresentata da uno dei sinonimi del verbo come dissetarsi, sorbire, sorseggiare, ecc.

Altra criticità da affrontare è quella di semplificare e riorganizzare il testo verbale prima di crearne una versione in simboli, in maniera tale da alleggerirlo di tutte quelle complessità (pronomi, tempi complessi, periodi troppo lunghi, lessico specialistico, metafore e così via) di cui noi parlanti non siamo sempre consapevoli. Un buon suggerimento è quello di rifarsi ai criteri di scrittura controllata che potete visualizzare in questa mappa online.

Ultimo suggerimento (ma non per importanza) è quello di decidere come aggregare/separare gli elementi della frase, in maniera da mantenere questa scelta in tutto il testo. La frase “Il ragazzo culla il bambino” può, per esempio, essere resa con uno, tre o cinque simboli, come si può vedere nell’immagine sottostante.

Versioni in simboli della frase resa con un unico pittogramma (olofrase), con tre pittogrammi (divisione per sintagmi) e con cinque pittogrammi (tanti quanti sono tutti gli elementi che compongono la frase).

Una volta fatta questa introduzione, vado a segnalarvi uno dei software che potete utilizzare per i vostri testi in CAA, che appartiene al progetto ARASAAC (come i simboli che ho utilizzato).

Il software in questione è AraWord, liberamente scaricabile, i cui tutorial potete trovare nella sezione dedicata di Aula abierta. Il sito è in spagnolo ma, utilizzando Google Translate, avrete una traduzione in italiano più che accettabile.

Per quanto riguarda i video, basta che voi attiviate i sottotitoli in italiano, come mostrato dalle immagini sotto.

Spero di esservi stata utile 🙂

Buon lavoro!

Maria Grazia Fiore

Proposta integrazione e uso pittogrammi ARASAAC: gli articoli determinativi e indeterminativi

Nella collezione ARASAAC, gli articoli determinativi e indeterminativi non sono differenziati per genere.

Per contribuire alla completezza del sistema simbolico e a eventuali necessità derivanti dall’apprendimento della lettoscrittura, abbiamo realizzato i simboli mancanti utilizzando le stesse convenzioni stabilite da ARASAAC. Abbiamo inoltre evidenziato la possibilità di differenziare (sfruttando le peculiarità della lingua spagnola) il partitivo plurale dalla preposizione articolata “dei/delle”).

Maria Grazia Fiore

Pittogrammi ARASAAC: appunti sull’uso degli articoli indeterminativi

Nella nostra proposta di integrazione, abbiamo utilizzato il simbolo degli articoli indeterminativi spagnoli uno/unos per ricavare il femminile plurale che, in italiano, non esiste.

Simboli ARASAAC per gli articoli determinativi e indeterminativi

Simboli ARASAAC per gli articoli determinativi e indeterminativi

Nuovi simboli per gli articoli di genere femminile

Nuovi simboli per gli articoli di genere femminile

L’utilizzo di tali simboli deve però tenere conto di quello che, in italiano, viene fatto delle forme articolate della preposizione “di”,

usate anche con valore di articolo partitivo, per indicare una parte, una quantità indeterminata di qualcosa… [fonte]

In italiano (come in spagnolo)

l’articolo indeterminativo si usa per introdurre nel discorso qualcuno o qualcosa di nuovo, di cui non si è parlato in precedenza, o per nominare qualcuno o qualcosa in modo generico, indefinito.

Continua a leggere

Proposta integrazione pittogrammi ARASAAC: gli articoli di genere femminile

Nella collezione ARASAAC, gli articoli determinativi e indeterminativi non sono differenziati per genere. La scelta di esplicitare l’articolo o meno nella strutturazione della frase in simboli dipende da una serie di variabili che attengono, in primo luogo, alle caratteristiche e ai bisogni di chi li utilizza per comunicare e, di conseguenza, alle caratteristiche dell’intervento di CAA  per “quella” persona (sull’argomento, leggi anche qui).

Per contribuire alla completezza del sistema simbolico e a eventuali necessità derivanti dall’apprendimento della lettoscrittura, abbiamo realizzato i simboli mancanti utilizzando le stesse convenzioni stabilite da ARASAAC per i quattro simboli esistenti, invertendo il contrasto bianco/nero per differenziare il genere. A tale proposito, sottolineiamo che lo spagnolo (a differenza dell’italiano) prevede il plurale dell’articolo indeterminativo “unos/unas” ed è dal suo simbolo (reperibile nella versione spagnola) che siamo partiti per ricavare il partitivo femminile.

Simboli ARASAAC per gli articoli determinativi e indeterminativi

Nuovi simboli per gli articoli di genere femminile

I nuovi simboli (sotto l’articolo in versione scaricabile) possono essere inclusi nel software Araword [qui la versione italiana del manuale di installazione e utilizzo in formato pdf] attraverso “Gestione risorse”->”Aggiungi immagine”.

Maria Grazia Fiore